2008-07-22
Identita'.
Tutti assumiamo un'identia'. L'identita' e' cio' che giustifica il nostro essere agli occhi del mondo. E' l'alibi per essere noi stessi - o comunque un qualcosa che si avvicina al nostro essere - omologandoci a qualcosa gia' esistente e come tale giustificabile e giustificato, consentito e nello stesso tempo protettivo.
A volte invece e' solo una maschera per renderci il piu' dissimile possibile da quello che siamo, da cio' che rifiutiamo e ripudiamo di noi stessi. Da cio' che temiamo, da cio' che temiamo potrebbe essere giudicato dal mondo. In questi casi viviamo una terribile falsita' che si tramuta in schiavitu'.
In ogni caso l'identita' e' l'illusione che crediamo farci accettare dal mondo.
La Fede.
2007-05-09: Il Ragno, La Candela, Il funerale
Come un funerale...
Il gelido soffio del vento strugge quel barlume di fuoco che arde le candele, e le poche idee che vi albergavano soffocano ora con il fuoco.
Le lacrime si staccano e fuggono via sospinte dalla tristezza.
Spesso seguono solchi già predefiniti, solchi gia' consunti dalla lacrima colata immediatamente prima.
O forse sono solo stucchi barocchi quelli che crollano sotto le ingiurie del tempo.
I visi delle Madonne si sgretolano al suono dei passi disegnando con il loro dolore tele di morte, e Gesu' Cristo piange lacrime di odio.
Un piccolo ragno tesse la propria tela fra le decorazioni dell’altare principale.
L’incensiere dondola ipnotizzando la mosca che cade vittima dell’aracnide, morendo fra le di lui fauci nel preciso istante in cui una lacrima inonda il suolo.
Poi tutto si dissolve nella tristezza dei congiunti del defunto, mentre la cera che si discioglie dai loro capi va a rapprendersi sulle misere scarpe logore dalla malinconia, uccidendo definitivamente quel pensiero che una volta illudeva loro di essere vivi.
Il ragno si avvicina alla mosca la cui cera sprofonda nella morte.
La candela muore donando vita al ragno.
Un ultimo sguardo e la bara chiude in se' quell’ultima speranza di poter tessere ancora una tela e di poter, ancora una volta, nutrirsi di vita.
L’ultima cena e il ragno muore, negando al futuro la possibilita' di amare ancora il seme.
Poi e' solo un mare di cera rappresa al suolo, priva della benche' minima fiamma, della benche' minima parola o preghiera, a sommergere quell’ultimo pensiero, quell’ultima cena che il ragno non potra' mai divorare.
Come una candela di un funerale, cosi' il ragno si e' consumato nel proprio tempo.
1998-09-17
Ancora immagini che mi scivolano addosso. Macchie di vernice sulla pelle dipingono il mio corpo nudo come una tela vuota. Come sudore malato che segna la pelle col suo dolore. E tutto pare svanire, tutto si perde in un pensiero vuoto.
Cercare nel profondo e scoprire che non si e' piu' in grado di parlare con se stessi. E' calato il silenzio.
Finestre si aprono fino a consumare lo spazio.
Tutto esplode. Tutto finisce.
Descrivere. Creare. Tacere. Chiudere.
E ancora ho paura, e ancora vivo il mio inferno, tormentato da paure che mi serrano la gola, devastato da ansie che dimorano in quel vuoto lasciato dai miei sogni che da troppo tempo ormai mi hanno abbandonato. E tutto il resto non conta, tutto l’amore e' finito.
Vivo di vita reale fra pensieri che si perdono in un oceano di retorica ben mascherata da fede.
Questa e' la fine, l’unica fine che da sempre so essere mia. E questo e' l’addio, questo e' il solo unico addio che sappia immaginare.
Un addio fatto di nulla, un addio creato a priori, come lo e' stata tutta la mia vita.
Sara' questa fine a decretare il successo. Fra mille lettere, fra mille solchi di matita dura, spruzzi di colore e tratti precisi. Come un quadro che va a raccontare la mia ultima storia.
Ancora sento la testa girarmi, compressa dalla malattia e dalla paura, attraversata da pensieri che non riesco a fermare, da idee che non riesco a tenere strette da dita ormai troppo fragili e vecchie, logorate da desideri carnali, da parole che non so piu' scrivere con mani scosse da tremori e crampi.
Non rileggo, non guardo indietro. Non posso. Sarebbe troppo doloroso e ormai non sono piu' in grado di sopportare questo dolore. Questo e' tutto, oltre non c'e' posto per nulla.
Una corda.
1962-08-12
Ero con lui nell’Italia del Sud, non so precisamente dove.
Eravamo in un luogo vicino al mare, un mare profondo, bello, pulito. La natura era quasi vergine, solo qualche piccola costruzione in pietra, qualche piccola strada dissestata che si prolungava sulla verticale del mare, sopra gli scogli.
Percorrevamo una di queste strade a strapiombo sul mare rivolta verso a nord finche' io mi staccai da lui e dal resto del gruppo. A sud si estendeva una sorta di promontorio, una sorta di collina che si gettava nel mare ad est ed ovest e che si chiudeva a sud con una collina circolare piu' alta. Sul taglio alto della collina c’era una strada abbastanza sconnessa ma larga. Questa strada non era molto piu' in alto sopra al livello del mare e praticamente si infossava fra le due colline a nord e sud. Mi volsi ad osservare il panorama da entrambe le parti, prima una fugace occhiata ad ovest, dove l’inizio della strada era parzialmente coperto da una collina, quindi a est.
Colline verdi che si tuffavano nel mare in compagnia di scogli rocciosi, il mare era trasparente e limpido, calmo e magnifico. Quando la profondita' diventava grande, il mare prendeva una colorazione blu profondo, come il cielo all’imbrunire. Era il tramonto. Questo spettacolo si perdeva a vista d’occhio da nord a sud ed era magnifico.
Mentre godevo di questo spettacolo notai che un gruppo abbastanza folto di persone stava fissando il mare ad ovest. Mi volsi pure io.
Venni subito colpito dai profondi colori del tramonto: rossi violenti che sfumavano in arancio siciliano attraverso i gialli fino a tutte le sfumature del verde. Intenso, simile alle piante e alla vegetazione che avevo intorno. Il tutto moriva esausto nel blu profondo del cielo. A volte macchie di colore sconfinavano dalla loro esatta posizione cromatica per intrufolarsi magnificamente negli altri. Macchie arance stese sul viola al confine, del blu, macchie di rosso sangue sulla vegetazione. Tutte queste macchie avevano la forma di nuvole, perche' erano nuvole.
Ma non era questo lo spettacolo che stavano guardando. Come si dice, al bello non c'e' limite.
Due balene.
All’orizzonte due balene che giocavano. Immense, magnifiche, saltavano fuori dall’acqua e vi si rituffavano. Avevano la pelle blu scuro, il ventre bianco e parte del dorso era squamato. Le squame riflettevano il colore rosso del tramonto, i gialli, e tutti gli altri colori caldi che si sposavano con il freddo blu della pelle.
Svettavano fuori dall’acqua e vi si fermavano per molto tempo e poi si rituffavano. Si abbracciavano, s'intrecciavano e ridevano.
Lo spettacolo prosegui' per ore, immutabile e immutato.
Anche il tramonto si fermo' a contemplarle.
1994-04-28
La febbre pulsa.
La febbre sale ma non e' ancora cosi' alta da impedirmi di scrivere.
I brividi mi corrono lungo la schiena, la testa e' calda e ronza.
Il delirio mi sussurra parole alle orecchie con voce metallica, con voci differenti, alcune maschili altre femminili, pronunciate con velocita' sconnessa, vendute per una manciata di neuroni.
Non sto molto male ma non durero' ancora per molto.
Vorrei poterti chiamare e dirti che sto per morire. Ma non posso. Non posso perche' sono muto.
Un brivido mi scuote la colonna che per un attimo vacilla.
Devo resistere, devi sapere.
Saprai che se non ti ho chiamato e' solo perche' sono muto, dovrai saperlo.
Non voglio lasciarti nella convinzione che mi sono dimenticato di te.
Io ti amo, ti amero' sempre.
Sono muto e sto morendo.
Le mani si sgretolano a ogni lettere battuta.
Essere muti significa anche avere le mani logore.
Ti lascio cosi', senza dimensione.
Sempre tuo, Sebastien
ù
1960-07-21
Silenzio, come un voto. Stanco del continuo parlare, stanco del continuo ascoltare. Si da troppa importanza alle parole, troppo peso. Da oggi non parlero' piu' e da oggi smettero' di ascoltare. Il silenzio come unico mezzo di comunicazione. Uno sguardo, un gesto, il silenzio. In silenzio. Quante parole gettate al vuoto, inutili nel loro spessore.
2008-07-21
Sento il cappio stringermi intorno al collo. Sento il corpo pesare come un macigno. Sento un suono di ossa rotte, e' il mio collo. Sono morto.
Non avevo altra scelta, quando ormai il peso della sua perdita era insostenibile. Una vita di parole taciute, una vita di silenzi. Un parallelo fra l'ultima parola pronunciata e la prima non detta. E in mezzo un infinito silenzio che, ora so, non ha mai avuto senso. Ma non ho potuto fare diversamente, quelle parole avrebbero straziato il mio corpo, la mia mente. Avrebbero reso un'atroce agonia ogni sentimento provato, ogni amore taciuto. Lui.
Come potevo sapere quanto il silenzio avrebbe segnato tutta la mia esistenza? Come potevo sapere quanto la cieca fede potesse nutrirsi della mia anima a tal punto da non lasciare un briciolo di posto per lui? Come potevo sapere che lui sarebbe morto per causa mia?