
28 Marzo 2004 h:16.00
La radio parla con la sua voce metallica. Maledetto meccanismo. Parla di ritardi e di tragedie. Parla di distruzione e di morte. Un’altra giornata e' persa.
Collasso.
Si sperava che il momento giusto fosse arrivato ma il cadavere non e' stato mai piu' ritrovato. Sono qui, urlo disperato, ma nessuno puo' sentirmi. Sono morto. I morti non hanno voce e io non faccio differenza.
Si parla molto delle responsabilità, ma quali responsabilita' per un incidente di questo tipo?
La folla si accalca per assistere al nuovo spettacolo. Un cadavere che danza e canta girando intorno al proprio sangue sull’asfalto.
27 Marzo 2004 h:13.09
Ancora immagini che mi scivolano addosso. Macchie di vernice sulla pelle dipingono il mio corpo nudo come una tela vuota. Come sudore malato che segna la pelle col suo dolore. E tutto pare svanire, tutto si perde in un pensiero vuoto.
Cercare nel profondo e scoprire che non si e' piu' in grado di parlare con se stessi. E' calato il silenzio. Finestre si aprono fino a consumare lo spazio. Tutto esplode. Tutto finisce.
Descrivere. Creare. Tacere. Chiudere.
E ancora ho paura, e ancora vivo il mio inferno, tormentato da paure che mi serrano la gola, devastato da ansie che dimorano in quel vuoto lasciato dai miei sogni che da troppo tempo ormai mi hanno abbandonato. E tutto il resto non conta, tutto l’amore e' finito.
Vivo di vita reale fra pensieri che si perdono in un oceano di retorica ben mascherata.
Questa e' la fine, l’unica fine che da sempre so essere mia. E questo e' l’addio, questo e' il solo unico addio che sappia immaginare.
Un addio fatto di nulla, un addio creato a priori, come lo e' stata tutta la mia vita.
Sara' questa fine a decretare il successo. Fra mille lettere, fra mille solchi di matita dura, spruzzi di colore e tratti precisi. Come un quadro che va a raccontare la mia ultima storia.
Ancora sento la testa girarmi, compressa dalla malattia e dalla paura, attraversata da pensieri che non riesco a fermare, da idee che non riesco a tenere strette da dita ormai troppo fragili e vecchie, logorate da desideri carnali.
Non rileggo, non guardo indietro. Non posso. Sarebbe troppo doloroso e ormai non sono piu' in grado di sopportare questo dolore.
Una pausa.
12 Marzo 2004 h:23.22
Non potro' mai perdonarti.
Mi trascino ogni giorno tirando a stento
le due ruote che sorreggono le gambe amputate.
Mi hai vestito da pagliaccio e la gente ride di me.
Il mio corpo e' deforme.
La pelle e' tirata sotto quei muscoli mostruosamente ingrossati dallo sforzo di vivere.
Il capo e' chino schiacciato dal peso del cappello che tu mi hai attaccato al cranio.
Ma la cosa peggiore che potessi farmi e' stato il negarmi la possibilita' di morire.
Tu mi hai creato e mi hai creato sofferente e io mai potro' morire.
Non ti perdonero' mai Dio.